Jannik Sinner domina agli Australian Open grazie a una mentalità che nasce da lontano: il retroscena rivela che il talento dell’azzurro si adatta a tutto.
Jannik Sinner è ormai una certezza nel panorama sportivo. Non solo per ciò che fa vedere in campo, ma per la sensazione costante che trasmette: ovunque si trovi, prima o poi, trova il modo di prevalere. Cemento, indoor, outdoor, esibizioni, tornei minori, Slam. Cambia il contesto, non il risultato.

Questa impressione non nasce oggi. È qualcosa che Sinner, a ben vedere, si porta dietro da sempre, da quando la competizione era per lui solo un hobby e non parte integrante della sua professione. Lo racconta una storia che arriva da lontano, dalle montagne del Sudtirol. Risale a quando Jannik aveva appena 11 anni e già divideva il suo talento tra sci e tennis con una naturalezza disarmante.
All’epoca, sugli sci, riusciva a battere i suoi coetanei più promettenti con una disinvoltura difficile da credere, e indovinate un po’? Tra questi c’era anche Giovanni Franzoni, oggi atleta affermato nello sci alpino, che Sinner riuscì a superare in più occasioni. Non per miracolo, ma per quella combinazione di coordinazione, freddezza e fame che ancora oggi lo distingue sul campo da tennis.
Jannik Sinner programmato per vincere
Sinner non è diventato dominante perché ha scelto il tennis, ma perché ha sempre avuto una qualità rarissima: adattarsi rapidamente e competere meglio degli altri, ovunque lo si metta. Sulla neve come sul cemento australiano.

Oggi quella mentalità fa la differenza contro avversari che magari hanno più esperienza su una superficie specifica, ma meno elasticità mentale. Proprio come, nel 2009, a San Sicario, batté Franzoni, grande protagonista al SuperG Wengen in questi giorni, con 4 secondi di scarto.
La verità, come si evince da questo aneddoto saltato fuori a Melbourne, è semplice e inquietante per gli altri: Sinner non vince perché il contesto lo favorisce, ma perché è programmato per farlo.



